Prendo spunto da una conversazione con una mia amica per affermare che PER ESSERE DEI GRANDI NON BISOGNA PER FORZA COMPIERE UN'AZIONE CHE ABBIA UN'ECO PUBBLICA. Magari è un teorema imbecille però scaturisce dall'osservazione della realtà, e siccome gli occhi sono miei personali e di nessun altro io sono sicura di aver visto proprio questo! Si va avanti a suon di numeri: per esempio il sedicente scrittore dice: "oh io ho scritto due libri, te manco uno", ed anche gli altri parlano dello stesso in termini uguali: "oh quello lì ha scritto due libri". E allora? Baricco quanti libri ha scritto? boh, non ho voglia di leggerli figuriamoci di contarli, fatto sta che è stato l'unico scrittore in vita mia di cui non sia riuscita a finire di leggere un libro...uno dei più famosi...uno che ha vinto il Premio Viareggio...e allora? Ora non è che io sia una stimata critica letteraria ed anche lo fossi non lo sventolerei ai quattro venti, non chiederei compensi a 5 cifre più 2 decimali, non mi farei fare siti e strasiti con la mia faccia da 4° di copertina (ovvero mano con pugno semichiuso a far finta di sostenere, da sotto il mento, cotanto cervello) in bella mostra, non tratterei con sufficienza le persone che vogliono confrontarsi con me. Io certo, mica lui e mica altre migliaia di sedicenti scrittoti, attori, chef, banchieri, calciatori, vallette, registi e tutto il cucuzzaro. Beh, poi le librerie (ed anche la rete) sono piene di zozzerie, le sale più piene sono quelle di filmettini da emulare, ecc. ecc.. Qualche raro caso si staglia sulla massa, in quanto innegabile talento anche per i più miopi, sordi e muti e se a volte riscuotono successo di massa, spesso godono di un pubblico di nicchia, magari anche un tantino snob ma...viva la faccia!!! E mentre penso a Baricco mi viene in mente Mariastrofa, chissà perchè?!?!?
Mi trovo a dovermi difendere da cose che io non farei mai, che reputo misere, tapine, una specie di "guerra tra poveri" per cui quasi mai perdo le staffe, piuttosto passo oltre, alzo le spalle sorrido e penso "ci vuole pazienza". Ma come è tipico di quelle come me, quando la "guerra dei poveri" diventa la "guerra dei soprusi" allora l'ira mi acceca e nella migliore delle ipotesi ti urlo in faccia tutto quello che penso e che probabilmente ho già cercato in precedenza di farti capire con toni pacati. E sistematicamente qualcuno mi dice "abbiamo conosciuto il tuo lato aggressivo", cosa che mi dà la misura di quante volte mi capiti, ovvero pochissime giacchè lavoro nello stesso posto da 16 anni e le persone sono pressocchè le stesse. Gli astrofili dicono che sia una caratteristica del mio segno, ma io credo che sia solo uno spiccato senso della giustizia che i miei mi hanno inculcato fin dalla nascita, anche esasperandomi a volte. E sì, perché di soprusi se ne vedono uno ogni piè sospinto e a denunciarli tutti o almeno quelli più eclatanti rischi pure di rimetterci le penne. Per “penne” intendo, per esempio: la carriera sul lavoro, l’accettazione da parte del “gruppo” e a volte anche i soldi. In effetti sono tre categorie che poco attraggono il mio interesse e le mie scelte di vita lo dimostrano ancora oggi: riguardo alla prima “penna” non avrei fatto 3 figli con anni di maternità e part-time; per la seconda non verrei chiamata “l’anarchica” e per la terza cfr. la prima. Questa inutile e noiosa digressione è per dire che l’altro ieri ho alzato due metri da terra una collega di grado ben superiore al mio (solo le parole grado e superiore mi fanno accapponare la pelle) a seguito di quasi tre settimane di vero e proprio cardamento di palle, a mezzo di telefonate e cicchetti per ogni passo che facevo e non comunicavo. Non è facile render conto dei motivi dell’accaduto ma è molto facile invece immaginare una donna alla soglia dei 40, normalmente cordiale e pacata, esplodere in un’accesa discussione a causa dell’ennesima inutile e morbosa telefonata-cicchetto. La mia voce si è propagata violentemente per il lunghissimo corridoio che accoglie decine e decine di colleghi, tanto che ancora stamattina, girando di qua e di là per motivi di lavoro, ogni tanto qualcuno mi chiedeva “ma cosa è successo ieri?”. Ovviamente, con la usuale signorilità che mi contraddistingue quasi sempre glissavo senza entrare in particolari. Tanto lo avevo scientificamente già fatto con il Vice Direttore, unico deputato a conoscere per filo e per segno l’accaduto, condito di altri piccoli particolari accumulati nel tempo. Mi sono resa conto che ad un certo punto il meccanismo della pazienza si inceppa e allora la mia lingua si scioglie in un italiano dalla dizione pressocchè perfetta e priva di parolacce, insomma faccio anche la mia porca figura. E così tutti i sassolini dalla scarpa sono andati, la pelle del viso si è distesa, i capelli sono lucenti, anche le tette sembrano più fiere…meglio di una seduta intensiva in una beauty farm! Yeahhhhhhhhhhhhhhhhhh…
Zio Raffaele è andato, già da un po', ma ho il metabolismo lento io. Uno degli ultimi reduci della Campagna di Russia, pochi a saperlo, nessuno a scriverlo. E allora voglio rendergli omaggio ricordando qui ciò che sono stati per me lui e sua moglie (ancora in vita) Zia Rosaria. Non proprio degli zii veri ma la Zia era la mia tata, presente in casa fin da prima che io nascessi e quindi zia per forza, chè tata era troppo snob. Molti dei miei ricordi di infanzia sono legati a loro, a quei grandi baffoni neri, praticamente uguali alle cigliona e a quel peperoncino sempre in mano. La Zia mangiava peperoncini come un coniglio carote, e diventava rossa, ma le piacevano così tanto da non resistere. Li portavano dalla loro terra del sud dove le strade sono polverose e le case mai finite, dove puoi fare indigestioni di fichi e di fichi d'india, chè poi per andare in bagno era un casino, dove le cugine si chiamano tutte mariuccia e i cugini tutti antò, dove i vecchi intrecciano cesti di vimini sul ciglio della sterrata seduti su di una sedia di paglia, dove il mare è lontano e ci partivamo la mattina presto in cinque dentro una 127 verde militare per andarci... mio dio...quell'odore di pelle dei sedili, intrisi di ogni profumo di Calabria. Penso che se ci tornassi oggi piangerei su tutti i ricordi che ho di quella grande, enorme casa d'una volta piena di stanze vuote. Zio Raffaele e Zia Rosaria sono le mie ginocchia sbucciate, il mio primo dente caduto, la mia prima gonnellina, le mie prime scarpe di vernice, il mio orologio d'oro della prima comunione, il mio sugo piccante, la mia crostata con tanta pasta e poca marmellata, i miei occhiali rotti, i miei fiocchi agli scarponcini che non mi facevano togliere neanche in spiaggia, il mio bagno della domenica quando venivano mamma e papà, le risate con mio fratello mentre mangiavamo e Zia Rosaria non capiva perchè e neanche noi lo sapevamo, gli strilli di tutti noi ragazzini impolverati dietro alle rare macchine che passavano di là, la gioia di scoprire cosa ci aveva portato il cugino grande che lavorava in Canada e che tornava per le vacanze... mio dio... quell'odore di mare misto a gasolio quando aprivamo quella valigia piena di calze per le nonne, di stoffe per il corredo delle cugine da sposare e di bambole dai vestitini fucsia, azzurri, bianchi per noi dai calzettoni corti. Penso che se ci tornassi oggi piangerei su tutti i ricordi che ho di quella grande, enorme casa d'una volta piena di stanze ancor più vuote.
Camilla è in vacanza con i nonni, chè i genitori lavorano anche d'estate, in un paesino di provincia, ma di provincia provincia, di quelli dove tutti si conoscono e basta che tu dalla strada gridi "nonna vado a casa della Dinaaaaaaaaa" e sta tranquilla la nonna e pure il resto del paese. Lungo la strada principale corre un muretto di calce e mattoni, sul quale, in un paesino normale ci si sedrebbe chiunque al crepuscolo, in quell'ora in cui, tornati dai campi, i contadini si son fatti già la doccia ed escono per lo struscio quotidiano; però su quel muretto non ci si siede nessuno, ma proprio nessuno. Camilla un pomeriggio decide di sedersi sul muretto per capire come mai nessuno fa lo stesso e dopo un quarto d'ora vede arrivare da una stradina secondaria, in curva ed in salita, un uomo malvestito, con una giacca troppo grande e di un colore camuffato dalla sporcizia che vi si è depositata forse negli anni, con dei pantaloni poco più chiari ma che hanno una macchia dai confini indefiniti proprio lì, in mezzo alle gambe sotto la patta. Si sta avvicnando lentamente e Camilla lo riconosce: è Er Cencio, Il povero del paese, lo straccione, figlio del vecchio vinaio morto 18 anni fa che in eredità lasciò qualche botte piena ed il figlio ubriaco. Er Cencio ha un'età indefinita, tra i 50 e i 60 anni o forse, visto il suo faticoso stile di vita, ne ha solo 35 o 36, ma a Camilla questo non interessa: lei ne ha 11, quindi ai suoi occhi è comunque un vecchio. Quando Er Cencio alza la testa lentamente per scrutare a quale distanza è ancora la meta, incredulo quasi si ferma, guarda fisso nella direzione della bambina e trascorre qualche secondo nell'indecisione se andarsi a sedere come fa sempre a quell'ora o se cambiare direzione. Un inaspettato sorriso sul viso roseo di quella bambina bionda con dei grandi occhi nocciola lo convince a proseguire il lento incedere verso il muretto e verso Camilla. La bimba fa come per sedersi meglio, si sistema la gonnellina e comincia a dindolare le gambe proprio in quel modo lì, come quando un bambino aspetta impazientemente qualcosa tanto desiderato. L'uomo si siede piuttosto lontano da Camilla, lui non è abituato ad avere vicino altre persone; alla bambina per un attimo scompare il sorriso dal viso ma un attimo dopo si è già alzata e sta correndo verso di lui per sedercisi vicino. Camilla è sempre stata curiosa ed anche se lo straccione non fa nulla per invitarla a dargli confidenza, gli comincia a chiedere come si chiama, dove vive, se è sposato, se ha nipotini, quanti anni ha, come si chiamano i suoi amici, se per caso ha una caramella e tutto un fuoco di fila di domande che costringono Er Cencio a rispondere, a guardare negli occhi quella esuberante bambina dal vestitino pulito e ad abbozzare un sorriso a pochi denti. Camilla, dalla sua invece, ne sfodera uno grandissimo mettendo in mostra tutti i denti che ha in bocca: è così contenta di avere un nuovo amico in quel paese noto e stranoioso. Passano diversi minuti conversando, ormai anche l'uomo si è sciolto ed è loquace ma Camilla improvvisamente lo zittisce avvicnandosi il piccolo indice alla bocca, fa un cenno con la testa verso l'altra parte della strada, l'altro muretto e vede tutti i volti di sempre che guardano lei e Er Cencio in silenzio. Camilla si gira verso il suo nuovo amico, si sposta con le cosce ancor più vicino a lui e allungandosi tanto da arrivare al suo orecchio bisbiglia: "Ora ho capito perchè qui non si siede nessuno: non sanno che dire. Questo è il muretto di chi parla e quello è il muretto di chi sta zitto". Er Cencio accenna ad una contenuta risata, Camilla si mette cavalcioni verso di lui e ricomincia a raccontargli di quella volta al mare che una medusa l'aveva pizzicata ad un piede.
E' che non è che ho scelto il momento migliore per ritornare da queste parti ma forse, proprio perchè sto sull'orlo di una crisi di nervi, scrivere un po' di argomenti più o meno ameni mi servirà a ridare una stabilità al mio stato emotivo molto labile in questo periodo. In due anni son successe diverse cose: ho dato una svolta, direi un'inversione ad U alla mia vita affettiva e mentre viravo ho avuto un altro pargolo, il terzo che proprio oggi compie 13 mesi ed ha la febbre. A scriverle son bastate due righe ma a viverle mi hanno e mi stanno succhiando tutte le energie di cui dispongo. Sono fiera di entrambe le imprese e solo chi conosce quella mia vita lì (una sola sorella/amica) sa quanto mi sia costata ma anche quanto ne sia ancora convinta. Si dice che solo toccando il fondo si può cominciare a risalire, beh probabilmente io ho anche scavato un po' ma ora che sono risalita completamente ho la certezza, quella vera, che mai più ritoccherò il fondo. Presunzione? Autodifesa? Può darsi, ma ben venga qualunque cosa che mi sia da deterrente a star male come lo sono stata! Non è che sempre bisogna fare esperienza del dolore per apprezzare appieno il non dolore, però a volte ce n'è bisogno per non dimenticare. E' un ritorno un po' peso me ne rendo conto, abbiate pazienza, ma sono piuttosto fiaccata dalle notti insonni e dai giorni intensi, sempre affrontati come nell'emergenza. Sono comunque felice di ciò che mi offre la vita e si vede che tutta quest'abbondanza ho la forza di reggerla, magari prendendo questo angolo come la sola attuale possibile valvola di sfogo. Tipo quella della pentola a pressione: fa un gran baccano ma quando la apri l'arrosto è buonissimo.